Atai Walimohammad , il ragazzo che ha rifiutato il paradiso

Atai Walimohammad, tra vita passata, presente e i sogni futuri. Intervista al ragazzo afgano che sta per realizzare il sogno di un libro con la sua storia.

 

 

Esistono al mondo, persone che non appartengono a nessun luogo. Persone che, vuoi per scelta o per destino, trovano “casa” laddove riescono a compiere la propria “missione“. Quella di Atai Walimohammad è scritta nel suo nome, che significa letteralmente “guida per i musulmani”.

 

Incontriamo Atai nel primo pomeriggio di una ventosa giornata primaverile. Foggia sembra un suq, crocevia di scambio culturale. Atai ci guida sicuro tra le strade del centro, come un vero anfitrione.

 

È tardi, ma ci vuole comunque portare a mangiare qualcosa che richiami il suo paese di origine, l’Afghanistan. Lo seguiamo incuriositi. Durante il tragitto ci parla della sua storia, la conosciamo, ma lo ascoltiamo per coglierne dettagli e sfumature.

Le storie sono come i paesaggi, mutano e si arricchiscono . Man mano che ci addentriamo nel centro, ci accorgiamo che Foggia somiglia molto a tante altre metropoli italiane e del mondo. I negozi di generi alimentari locali, lasciano il posto ad internet Point per immigrati, sui supermercati campeggiano scritte in arabo, asiatico o cirillico. Qui, come in altri posti, è una babele, un ricettacolo di lingue e culture che interagiscono.

Ogni cento metri o giù di lì, ci ferma qualcuno per salutare Atai, wali, come lo chiamano qui. Con immenso stupore, ci accorgiamo che sono di ogni nazionalità. Ci guarda e sorride “vi chiedete come mai tanti mi conoscono, vero?“. In effetti, sì, annuiamo.

“Quando sono arrivato in Italia nel 2013, sono stato per due anni parcheggiato in uno spar. Gli Sprar sono strutture terribili, ti senti prigioniero in paese straniero. Per quasi due anni non ho parlato con nessuno, ma intanto che ero lì, studiavo. Conosco quattro lingue ora, sono diventato mediatore culturale ed aiuto chi scappa dalle guerre a sentirsi meno soli. Quelle persone io le ho aiutate, mi conoscono e quando hanno bisogno, io ci sono per loro”.

 

Atai ha 22 anni, ma uno a parlare con lui, si accorge della grandissima maturità e dello spessore della sua persona. D’altronde è stato costretto a crescere in fretta, ha visto i suoi amici e conoscenti, entrate nella Madrassa e non uscirne più, li ha rivisti poi sui giornali locali o in tv, perché si erano fatti esplodere in piazza. I talebani, ad Atai hanno portato via anche il padre, lapidato in piazza per aver insegnato alla gente che, Allah si serve proffessando amore, non morte. Arriviamo al locale afgano, l’aria è impregnata  dal forte odore delle spezie. All’interno del locale ci sono rappresentati tutti i continenti.

 

Atai è contento

“vi voglio far vedere e assaggiare quello che mangiavo io quando ero in Afghanistan. La gente che non sa, ha una visione distorta del mio paese, immaginano deserti e desolazione, ma si sbagliano”. Cogliamo un velo di malinconia sul suo giovane viso.

Com’è il tuo paese? Com’è l’Afghanistan? 

Atai ci guarda, si gira a guardare il bancone del ristorante, dove in vetrina ci sono tutti i cibi.

“Il mio paese è così, pieno di colori e sapori diversi. Ci sono le montagne e tanta acqua, fiumi e laghi, poi ci sono prati verdi e tanti fiori. Prima dei talebani era un vero paradiso, poi è cambiato tutto. La gente, quando dico Afganistan, pensa subito alle barbe lunghe, ai Talebani, alle donne col velo, all’arretratezza . Questo è lo stereotipo. Nel 1967, tu potevi vedere nel mio paese, donne senza velo, donne che andavano in giro da sole in minigonna. Vi posso far vedere le foto. Ora non è più così”.

 

Noi sappiamo cosa gli passa per la testa, abbiamo imparato a conoscerlo, Atai è uno che sente su di sé le ingiustizie subite dal suo popolo, è uno che però, non si piange addosso, ma combatte per cercare di migliorare le cose, anche per questo lo hanno condannato a morte.

Le donne prima dei talebani avevano una certa emancipazione, com’è la situazione adesso? 

Wali ci guarda un attimo e tace come chi sta raccogliendo i pensieri per portarli alla bocca. In mano ha una forchetta con la quale sta mangiando il riso. La porta davanti agli occhi e ci dice “questa è una donna in Afghanistan”. Lo guardiamo con un certo stupore, poi ci spiega

  1. “la donna è solo uno strumento per arrivare al piacere  (come la forchetta per porta il cibo alla bocca), per parecchi uomini non è nemmeno un essere umano. È solo un oggetto, non può avere una opinione, non può parlare senza permesso, non può decidere niente, nemmeno può scegliere chi sposare. Le donne non possono nemmeno studiare, non possono avere contatti con l’altro sesso, se non dopo sposate con chi la famiglia decide. A noi maschi, insegnano da piccoli a stare lontani dalle femmine, tanto che ad un certo punto, i bambini iniziano ad odiare le bambine. E così inizia il lungo lavaggio del cervello.

 

È difficile immedesimarsi in una persona che ha vissuto e visto tante atrocità, ma è facile empatizzare con Wali.

Se insegnano odio impari ad odiare. Io sono stato” fortunato “, mi è stato insegnato contro le regole della mia società, ad essere libero ed ho imparato la libertà. Per questo sono stato costretto a lasciare il mio paese e questo mi duole. L’Afghanistan non è un paese per gente libera, non è un paese libero.

Wali sorride, ma più che un sorriso è un ghigno di amarezza, frustrazione. Questo ragazzo ha visto cose che noi occidentali da bambagia non possiamo immaginare. Eppure ha la forza di andare avanti, lottare per raggiungere i suoi obiettivi e realizzare i suoi sogni. Il prossimo, quello che sta cullando da un po’ di tempo, ha il titolo di un libro ” io che ho rifiutato il paradiso per non uccidere “.

 

Un libro che tanti aspettano, tutti quello che conoscono le vicissitudini di questo ragazzo che, ha avuto il coraggio di essere libero e felice . Perché la vera libertà è quella di scegliere  chi e cosa vogliamo essere. Atai Walimohammad ha scelto di essere libero e felice.

 

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